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Fratelli di Tav: il progresso sostenibile in un paese insostenibile

È possibile, al giorno d’oggi, dire di no al progresso tecnologico? E qual è il confine che separa un’opera importante per lo sviluppo del sistema paese da una che si rivela un disastro per il paese e per tutti colori che ne sono "baciati"? Più in generale, è oggi ipotizzabile l’imperativo categorico di progresso sostenibile?

Il tema è scottante, soprattutto in un periodo in cui il cosiddetto decisionismo ha totalmente sgombrato il campo da ogni altra forma di compartecipazione sul tema delle grandi opere di sviluppo, e al tempo stesso si torna a parlare di ponti fantasmagorici o addirittura di nucleare, con la stessa leggerezza e disinvoltura di 20 anni fa.

Il nostro è un paese anomalo e perverso: anomalo perché, nonostante faccia acqua da tutte le parti e in tantissimi aspetti strategici, riesce comunque a manifestare punte di eccellenza in molti settori che gli permettono di competere a livello mondiale (anche se con sempre maggiore difficoltà); perverso, perché non riesce a liberarsi da terrificanti logiche clientelari, una dilagante corruzione che pervade ogni aspetto del bene comune, un apparato dello stato totalmente inceppato e non più in grado di funzionare come dovrebbe. Il risultato è un paese insostenibile, in cui ogni qualvolta si fa qualcosa si rischia di provocare solo danni maggiori, anche quando animati delle più sincere e oneste motivazioni.

La Tav è una delle opere più discusse del nostro paese, e spesso si parla di lei nel bene e nel male. Ultimamente non si fa che decantare le sue lodi: col completamento dell’ultimo tratto tra Firenze e Bologna per la fine di quest’anno, si potrà percorrere Milano-Napoli in poco più di 4 ore, con vantaggi innegabili sia per i tempi sia per la praticità (si parte e si arriva nei centri città, si può usare internet, non ci sono tempi morti in aeroporto, si inquina molto meno). La Tav è un’opera importante per un paese come il nostro in cui per decenni si è investito esclusivamente sul trasporto su gomma, ma esistono decine di modi per condurre la realizzazione di una simile impresa: purtroppo, in Italia si sceglie sempre il peggiore.

Fratelli di Tav è un documentario autoprodotto sui costi (87 MLD di euro) e sugli scempi (troppi) per la realizzazione della Tav in Italia. Il documento è ben fatto, considerando anche i ridotti mezzi a disposizione di chi l’ha realizzato, ed è l’ennesima dimostrazione (se ce ne fosse bisogno) della mala gestione del denaro pubblico in Italia, il cui flusso costante ed infinito ad alimentare pozzi senza fondo ha, a mio modo di vedere, contribuito al declino strutturale del nostro paese, con la complicità di una classe dirigente inadeguata e corporativista.

Il documentario può essere acquistato ad un prezzo irrisorio direttamente on-line, e lo consiglio calorosamente a tutti quelli che amano farsi del "male fisico". Tuttavia, lascia una domanda sospesa e che non può essere elusa: la mala gestione e i tantissimi casi precedenti possono essere la motivazione per un "NO" a prescindere dall’esigenza di progresso e modernizzazione? E cosa costituisce progresso e modernità al tempo della crisi strutturale del modello della crescita economica infinita?

 

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3 Commenti Aggiungi il tuo ↓

  1. 1

    Ciao,
    sono Claudio e sono tra gli autori di Fratelli di TAV.
    La prima domanda che tu poni ("la mala gestione…") è molto interessante!
    La risposta che noi ci siamo dati, al di là della nostra specifica idea sul TAV e le grandi opere, è che c’è premeditazione e malafede nello spreco di risorse. Dice bene una della persone che intervistiamo nel doc, secondo lui c’era una ricerca di tutto quello che potesse far crescere i costi. Ci vorrebbe una grande discussione pubblica sulle grandi opere. Ma putroppo non viene permesso alla gente di avviarla su scala nazionale!

  2. 2

    Ciao Claudio,
    innanzitutto complimenti per il buon lavoro svolto. Mi fa piacere leggerti qui. Vengo subito al dunque: la discussione nazionale sulle grandi opere. Io oggi come oggi non la vedo percorribile. Per due ragioni. Per prima cosa, oggi il livello di frammentazione che ha raggiunto il nostro paese è veramente troppo alto: come scrisse Scalfari tempo fa su Repubblica, lo specchio non si è solo rotto, ma è diventato polvere. Tutti noi ci limitiamo ad osservare e giudicare solo quello che nel nostro piccolo ci colpisce direttamente. L’altro aspetto importante che vedo è che noi italiani abbiamo un vizio: pensare che la res pubblica sia un qualcosa che non ci riguarda direttamente, e lasciare così che altri se ne occupino. In un paese come il nostro questo comportamento non è più possibile: è necessario che ognuno di noi cominci ad occuparsi direttamente della gestione pubblica, e non solo limitarsi all’espressione di un voto. Finché non capiremo questo punto cruciale, è inutile lamentarsi della classe dirigente che ci ritroviamo. Quando veramente lo capiremo, e solo allora, si potrà finalmente riparlare di partecipazione collettiva agli interessi e le strategie del paese. Personalmente, però, sono molto, ma molto pessimista che questo possa avvenire, almeno in tempi brevi.

  3. Claudio #
    3

    Penso di poter sottoscrivere quello
    che dici.
    Penso, però, che una riflessione della politica e della società
    sulle grandi opere sia necessaria.
    In parte c’è già, io stesso parteciperò ad un dibattito sul tema
    al Festival delle culture sociali antifasciste di Bologna il 2 giugno.
    Ci sono delle persone che s’informano
    e cercano di informare gli altri.
    Il problema e sfondare il muro di omertà dei media main stream.



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